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Testi

Gozzo siracusano

STORIA DI UNA BARCA: 'u buzzettu sarausanu

 

 

  

 

                                                                                                                             

                                                                                                                                                               Aretusa, Alfeo, Anapo

                                                                                                                                vivono in questa città una vita immortale,

                                                                                                                                tra i flutti dei suoi fiumi e del suo mare, ...                                                                                                                                                                            

 

  

Le caratteristiche delle imbarcazioni che solcano i mari in un certo habitat si devono sempre adattare alle condizioni atmosferiche prevalenti. Il tipo di onde: “fanno scegliere le vele più adatte per avere la massima resa. La zona di pesca (...), il tipo di pesca praticato, i porti con i quali collegarsi per il trasporto di persone e merci selezionano le tipologie delle imbarcazioni più usate” (Aliffi, A. 2002: 9).

  La barca da pesca di Siracusa è diversa da altre barche come quelle di Augusta e Catania, ed è diversa anche dalla maggior parte delle barche tradizionali del Mediterraneo, come spiegano gli ultimi mastri d'ascia sarausani ancora in opera. Questa bellissima barca (un piccolo gozzo), oramai rara nella città aretusea, viene chiamata buzzettu. E' diversa dalle altre barche principalmente per un motivo: deve affrontare i venti di grecale e scirocco, le cui onde sono soprannominate 'u mari i sciroccu, per cui è costruita più alta (del 20% rispetto alle altre barche della costa jonica) e con una struttura più sfilata soprattutto a prua. Proprio quest'ultima è dotata di una piccola coperta e lungo i fianchi di una canaletta; inoltre 'u buzzettu, indicato talora col diminutivo di buzzittulu, arma una particolare vela a tarchia, unica nel suo genere, che nella navigazione permette di captare anche i più deboli refoli di vento. Questa tipica vela (vila tunna) è sostenuta da un albero corto estraibile fissato ad un foro al margine della coperta, che porta in alto un anello di ferro per consentire di allungarlo con un'asta alla quale, a sua volta, si attacca il fiocco (bilaccuni) e il contravelaccio (vila a' cazzu). Come le imbarcazioni più antiche del Mediterraneo questa barca ha conservato lo sperone di prua (spiruni) e il prolungamento in alto della ruota di prua o pernacchia (palummedda) culminante con un cappelletto rotondo. Anche le sue decorazioni sono tipiche del porto aretuseo e sono difficili d'incontrare altrove. Sono decorazioni connessi ad una simbologia arcaica in cui è prevalente un valore apotropaico: l'occhiu finiciu,  un occhio stilizzato con una protuberanza e canale lacrimale; i pampini, le foglie d'acanto dipinte a prua nella parte alta delle murate; 'u cornu, un corno intrecciato a una fettuccia di colore rosso è dipinto a poppa; i ciuriddi, sette petali di margherita dipinti in corrispondenza dei buchi della fiancata (ombrinali). Sino alla seconda metà degli anni '50 del secolo scorso, un vello d'ovino veniva fatto penzolava dalla pernacchia. Era questo un chiaro riferimento al leggendario vello d'oro di Crisomallo, rubato da Giasone e dagli Argonauti, il simbolo dell'immortalità, metafora del colore dorato del grano delle Colchide che gli antichi Elleni si procuravano sulle coste meridionali del Mar Nero. A ben vedere però il colore dorato del grano ci rimanda a Ortigia, all'isola delle quaglie è alla festa di santa Lucia legata al grano, o meglio alla cuccia (grano lesso) che nel giorno della santa della Luce si mangia condito con 'u vinu cottu.

 Ancora nella seconda metà degli anni '70 del secolo scorso, ogni barca aveva: “un aspetto decorativo e cromatico piuttosto appariscente ma non volgare, e se osservata con spirito romantico, poteva assumere delle forme antropomorfe. Era facile riconoscervi un profilo di donna, o di una sposa riccamente vestita” (ibidem 17). Ogni piscaturi voleva che la sua barca fosse: bedda comu 'u suli e pittata comu nna zzita!  Per questo al varo, durante il battesimo, si dava anche il none di una donna (Maria, Lucia, Margherita, Anna, Agata, Laura, Isabella, etc.). Forma, colori, decori e nome della barca erano comunque un modo di colonizzare il mare, una manifestazione dell'abitare oltre la terraferma. 'A varca era la casa dove si soggiornava o si passava la notte anche quando era in rada. Essa era l'unità galleggiante sicura da dove 'u mari vinia parlatu (descritto e decifrato), tanto è vero che prima di ogni battuta di pesca s'investigavano i segni del tempo: i venti, le nuvole, le schiume e il colore del mare, il volo planato a pelo d'acqua dei gabbiani in cerca di cibo. 'A varca aveva una vera e propria filosofia progettuale che rispondeva ai requisiti dell'architettura: “alla triade vitruviana dove utilitas, firmitas e venustas, funzionalità, stabilità e bellezza, dovevano convivere in un solo segno” (De Benedictis, R.. - Prefazione, in: Aliffi: 2002:3).

 Un tempo questa bellissima barca, oltre che per la pesca, veniva usata anche per il piccolo traffico merci, per il trasporto di passeggeri in ambito portuale e per le passeggiate dal porto alle sorgenti del fiume Ciane, infatti, incisioni e litografie della seconda metà del XVIII secolo e vecchie foto della fine XIX secolo, la mostrano in tutte queste attività. Proprio le foto che illustrano Ortigia ci lasciano il ricordo di un canale pieno di barche con speroni lunghi e alte prue culminanti con cappellotti rotondi. Le sagome di queste bellissime barche spiccano per i particolari costruttivi e le giuste proporzioni, ma soprattutto per le decorazioni, ripetute da secoli sempre le stesse e per la caratteristica velatura. Ancora oggi alcuni buzzetti sono utilizzati: “per trasportare turisti in una pittoresca gita lungo il corso del Ciane, dalla foce alla sorgente, tra un susseguirsi di piante di papiro” (Sisci, R. 1991:75). Il colore particolare del papiro che si specchia nell'azzurro fiume ci riporta alla mente quanto Houèl, nel 1782, scrive: “... si ha l'impressione, come per magia di volare; si gode, inoltre, (...) lo spettacolo di vedere i pesci che giocano, girano in tondo e si attaccano i fondali. Si vedono mentre si nascondono sotto le piante, che sembrano composte di un tessuto di seta molto delicato” (Houèl, J. P. L. 1782-1787).

 Alla fine del 1970 il piccolo gozzo ha un declino inesorabile segnato dall'ammodernamento dei metodi di pesca: “era necessario spingersi più a largo usando motori e portare reti più lunghe. Erano necessarie barche più grandi e con sagome differenti. (…). La fatica fisica dei remi e l'abilità nell'uso della vela venne sostituita da motori fuori bordo applicati su apposite staffe oppure da motori entrobordo montati dopo avere modificato opportunamente la ruota di poppa per ricavare l'alloggiamento dell'elica” (Aliffi, A. op. cit., 37). In questo anno, da testimonianze orali, si sono costruiti solo tre buzzetti di 5 e 5,80 m. ad opera di Gaetano Galiffi,  Carlo e Alfonso Aliffi, Vittorio e Carlo Aliffi, mentre una struttura di 5,50 m., parecchi anni prima realizzata da Santino Galiffi, nel 1995 venne completata da Silvano Abbate.

 I siracusani sono sentimentalmente legati alla loro singolare barca, così quando sembrava che tutto fosse finito ecco il miracolo, dei vecchi buzzetti in disarmo vengono restaurati secondo l'antica arte del calafataggio. I risultati sono superbi. I mastri calafatari lavorano a contatto con i proprietari delle barche. Per reggere il mare e resistere nel tempo, gli scafi vengono impermeabilizzati con stoppa e olio di lino cotto mischiato al minio rosso, poi, vengono tinte all'esterno e all'interno con una gamma di colori primari (rosso, giallo, blu), secondari (verde, celeste), e neutri (bianco, nero)  che corrispondono ad esigenze di ordine e di visibilità, in quanto devono offrire una fedeltà alle differenze simboliche tra le parti. La passione di questi coraggiosi, nel 2007, porta alla nascita di un'associazione “Il Gozzo di Marika”, la quale, per statuto, si propone di preservare e conservare le tradizioni marinare della città. Nel 2009 avvia la realizzazione di cinque nuovi buzzetti che poi verranno ammirati nel Palio del Mare, una competizione sportiva che si svolge nel porto della città. Il Palio o Regata dei Quartieri Storici di Siracusa (Acradina, Epipoli, Neapoli, Ortigia, Tiche) è una gara che ha conservato i nomi inizialmente usati dagli antichi equipaggi di pescatori partecipanti (primi del '900), i quali prendevano il loro nominativo in base al mestiere di mare che praticavano: i cunsari, pescatori che utilizzavano nella pesca il palamito o conzo; i nassaroli, pescatori che utilizzavano nella pesca la nassa; i rizzoti, pescatori che utilizzavano nella pesca l'imbrocco o menaide e il tremaglio; i vulantinari, pescatori che utilizzavano nella pesca la lenza a mano; i lucituri, pescatori che utilizzavano nella pesca la lampara, lo specchio e la fiocina.

 Il mastru d'ascia artefice del miracolo è Angelo Occaso originario di Licata (AG) ma da tempo operante nell'area dei calafatari a Riva Forte Gallo, poco fuori dal centro storico di Ortigia. Come nel passato, per formare la barca, usa lo strumento chiave: il garbo ('u iabbu), o meglio il mezzo garbo, uno strumento di legno spesso circa 1 cm., che nella forma riproduce la mezza sezione maestra dell'imbarcazione da costruire: “su di esso sono tracciati alcuni segni numerati che, opportunamente utilizzati, permettono, unitamente ad altri elementi di riferimento, la corretta sagomatura delle ordinate (madieri e staminali) del corpo centrale dello scafo” (Castro, F. 1997: 283).

 Alla chiglia ('u primu) articolata in tre pezzi perché continua con i dritti di prua e di poppa (capiuna), realizzata in duro legno di quercia, assemblata per mezzo d'incastri (paleddi) e chiodi zincati e rinforzata con i controdritti, egli interviene con la misa 'ncavaddu, una delicata operazione che richiede una particolare attenzione in quanto da essa può dipendere anche il risultato finale, ovvero, posiziona la chiglia su una lunga e robusta trave livellata e saldamente ancorata a terra per mezzo di tacche, puntelli e tiranti che la bloccano in linea con i dritti perfettamente verticali. Sopra di essa segna i punti dove pianta le corbe (paranzi) e gli zangoni (zancuna) a una distanza di circa 23 cm., in questo modo egli ha calcolato il numero delle ordinate  da distribuire: una centrale, undici a prua e undici a poppa. Le corbe in tre pezzi, un madiere (matera) e due staminali (rinocchi) sono ricavati da assi segati da tronchi scelti per la loro curvatura naturale, infatti annu a' essiri aggarbati e c'u versu giustu, perché il fine è quello di ricercare sempre una maggiore resistenza della struttura. In questa delicata fase adopera 'u mezzu iabbu perché riproduce lo sviluppo di mezza corba. Nel tracciare il madiere dispone il garbo direttamente sul legno in modo che la curva delle venature corrisponda quanto più possibile alla curva che si deve ottenere. Per prima cosa, con una squadra (sguarra) fissa il centro del madiere, poi, ne determina la stellatura, ovvero, nel punto tracciato dalla squadra fa ruotare il garbo sul punto di scusa verso il basso, invece, per 'u iettitu la rotazione la fa girare verso l'esterno. La curva così ottenuta è ritoccata a mano e riportata simmetricamente all'asse dal lato opposto per ottenere il profilo di tutto il madiere. Un procedimento analogo lo usa per ottere il disegno degli staminali. Attraverso l'uso dell'archipendolo legato a un grosso e lungo compasso, indaga dopo che, il peso su di un lato sia uguale a quello sull'altro, ovvero, attua la giusta pisatura della barca, una necessaria operazione adottata per sondare sulla simmetria della chiglia. Poi, dopo accurate misurazioni, provvisoriamente, blocca le corbe nella loro posizione con una serie di listelli che, correndo da prua a poppa, permettono anche di cogliere le linee che la barca sta assumendo. La zangonatura (inchimentu) completa l'ossatura, infatti gli zangoni, una volta piantati, oltre alla stellatura di prua e di poppa, fissano definitivamente quelle che saranno le linee dell'acqua.

 A questo punto 'a varca comincia a mostrarsi nella sua struttura. 'U mastru procede allora a tracciare la linea dei bordi (orri) stabilendo così sia l'insellatura che l'altezza del bordo libero. L'applicazione della cinta (capucinta) è un momento decisivo nel processo costruttivo, ergo,  inchiodato su tutte le corbe e ai dritti, costituisce il primo filo di fasciame e riferimento per tutte le successive operazioni. 'U cintatu è comunque completato con la collocazione della controcinta ('nfurra) che, inchiodata all'interno contribuisce a serrare saldamente tutte le corbe.

 Applicando la cinta 'a varca si vesti, per questo si procede a segnare tutti i punti dove piazzare banchi e centine. E' questa una necessaria fase adottata per distribuire tutti gli spazi interni che devono rispondere ed esigenze strutturali che funzionali. Lo spazio coperto a prua utilizzato come ricovero, la distanza dei banchi, lo spazio libero a poppa e tutti gli altri elementi sono presi in considerazione. Così i robusti banchi incastrati alla controcinta e bloccati con squadre (vrazzola) assumono anche la funzione di centine. La pontatura della barca è completata dalle due corsie di riflusso laterali. Qui le assi, che disegnano i bordi esterni, s'incastrano alla due estremità degli staminali andando a poggiare, per tutta la lunghezza, sulla cinta (il bordo interno, impedendo all'acqua di finire sul fondo, ne favorisce il deflusso attraverso gli ombrinali). Il bordo è realizzato in due strati: l'inferiore, che seguendo la linea dell'insellatura, s'incastra alle due teste degli staminali; il superiore, su cui sono ricavati gli alloggi degli scalmi si pianta sul primo dopo che le parti in eccesso degli staminali sono stati piallati. Due ulteriori listelli (orru i nfacci e 'a nfurritta), posti all'esterno e all'interno, una volta inchiodati, coprendone le linee di connessura, guarniscono il bordo. Invece, due robusti forcazzi, applicati di rinforzo a prua e a poppa, bloccano fra di loro e contro i dritti i bordi che li convergono. Tutti questi elementi, lavorati nella giusta arte, permettono, nello spazio fra il bordo e il piano delle corsie di deflusso, che venga inserito il filo di fasciame sul cui margine inferiore e in corrispondenza di ogni staminale sono ricavati gli ombrinali.

 A questo punto la solida struttura della barca permette la rimozione di tutti i tacconi e puntelli che la tengono impostata. 'U mastru, con accurata delicatezza, l'adagia su un fianco perché così  può iniziare a piantare il primo filo di fasciame immediatamente a ridosso della chiglia, infatti la prima tavola (pacimu) la colloca ad angolo, dalla chiglia e lungo il contro ruota. Fa in modo che aderisca perfettamente alla struttura, per questo riserva molto cura alla sagomatura dell'angolo di battuta sulla chiglia. Questa operazione ripetuta sull'altro lato conferisce alla barca una resistenza tale da consentirne, se necessario, il trascinamento. Il fasciame in larice e pitch-pene, con una venatura compatta e pochi nodi, dopo essere stato piallato, perché la superficie necessita di essere assolutamente piana e liscia, in uno o due pezzi, è fissato provvisoriamente agli staminali. Piegandolo con maestria attorno all'ossatura ne corregge il profilo e lo sviluppo. Per farlo aderire agli zangoni e alle pascine è prima inumidito, ossia riscaldato nell'acqua bollente.  Il legno così trattato è reso cedevole e duttile all'azione dei morsetti e dei sergenti di ferro che, sapientemente usati, permettono di torcerlo senza provocare lesioni e spaccature. Dopo montaggi e smontaggi successivi, le tavole bloccate nelle loro definitiva posizioni vengono inchiodate. Ultimato l'esterno con il realizzo dello sperone, gli scalmi dei remi e il timone con la barra (tummuni e iaci), egli rifinisce ora gli interni approntando: il pagliolo o piano di calpestio e la coperta di prua, sotto la quale è ricavato il gavone ('a scaffetta marriuola) solitamente usato per riporre oggetti o attrezzature nautiche.

 'A varca così completata è ora affidata all'opera specializzata del calafataru, che armato di un maglio ligneo (mazzolu) e di tutta una serie di scalpelli e uncini (paletti e mauggi), provvede a guarnire i chimenti con cotonina o stoppa ricavata anche da filacce di vecchio cordame. La fibra cardata con le mani viene arrotolata e inserita con decisi colpi nelle giunzioni del fasciame senza danneggiarlo. Nell'operazione si aiuta con un singolare scalpello che presenta nel taglio una sottile scanalatura. Il legno, al contatto con l'acqua del mare, gonfiandosi contro la fibra della cotonina, assumerà una perfetta tenuta contro ogni infiltrazione. Alla fine ribatte ogni chiodo precedentemente piantato, infatti, con una robusta spina fa penetrare tutte le capocchie nel legno per qualche centimetro. Tale fase operativa consente una giusta stuccatura successiva, ma soprattutto consente che i chiodi siano meglio protetti nel tempo. Affinato le parti con carta-vetro fine procede ora a trattare la barca con olio di lino cotto e minio rosso. Successive mani di questi prodotti, prima diluiti e poi densi, impregnano il legno lasciandolo idrorepellente. Comunque, per preservare il legno è necessario applicare anche delle vernici marine, per questo, quando l'impregnante risulterà asciutto, 'u calafataru procede con lo stendere i prodotti (colorati) atti ad  aiutarne la permanenza in acqua del natante, ma soprattutto a difenderlo da eventuali attacchi di microorganismi. L'interno lo dipinge di celeste, tranne la coperta e i corridoi che, in genere,  sono lasciati in rosso, mentre l'esterno dell'opera morta (muna o muni) la dipinge in verde. Bordi, scalmi, pernacchia e linea di galleggiamento sino alla cinta sono infatti dipinti di verde, tranne la prua e la poppa perché qui sono ricavati due spicchi triangolari in rosso che stanno a compensare la curvatura della barca. Di bianco dipinge invece la linea degli ombrinali e la striscia tra la cinta e l'orlo; di giallo dipinge il bordino delle corsie; mentre di rosso lascia la chiglia, lo sperone e il cappelletto della pernacchia. E' questa una tavolozza assai ridotta che, se da un lato determina una costante cromatica, dall'altro permette una serie di combinazioni che ne fanno la differenza. Fregi e petali di fiori li dipinge  lungo la fascia degli ombrinali perché devono esaltare l'occhio e il corno intrecciato a una fettuccia che dipinge, a prua e a poppa, poco al di sopra della linea di galleggiamento. Figurazioni che rimandano all'originario carattere apotropaico, ma soprattutto, per vie diverse e in correlazione a forme culturali arcaiche, esse rinviano all'idea di vigore e di forza. L'occhio è strettamente dipendente dalla necessità di essere sempre vigile durante la navigazione, invece il legaccio della fettuccia attorno al corno, la potenza che lega e slega, rimanda alla valenze simboliche riportabile al principio per cui è possibile legare qualsiasi impedimento contro l'uomo. Tutto questo 'u calafaturu lo dipinge perché sa che il mare per il pescatore può essere un elemento mostruoso ma anche benevolo, capace di nutrire. Infatti 'u piscaturi rifiuta in toto di guardare la fonte della sua stessa vita come un elemento negativo: da qui la necessità di confinare la morte non nel mare ma nelle forze malefiche che in esso si nasconde.

 

  

 

 

                                                                                                                  Anna CEFFALIA

                                                                                                                  Isidoro PASSANATE