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Registro Eredità Immateriali

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Detentori dei Saperi della Civiltà Mineraria
REI - Libro dei tesori umani viventi
25-01-2006
Saperi
Enna
Sicilia centro meridionale
I Surfatari
Il lavoro nelle miniere di zolfo ha costituito per la Sicilia una fonte importantissima di sostentamento. In particolare per il centro Sicilia, durante l'intero Ottocento, le miniere divennero il maggiore centro di impiego della popolazione, che vi trovava occupazione già in tenera età sacrificando, all'interno di quei cunicoli, la giovinezza e insieme la salute.
 
A seguito della svolta degli anni Trenta del XX secolo si assistette a una modifica significativa della bilancia commerciale isolana. Lo zolfo divenne la materia prima prodotta in Sicilia maggiormente esportata. A fronte di questo florido periodo i lavoratori delle zolfare avevano raggiunto le 16.000 unità nel 1860, toccando le 30.000 unità alla fine degli anni Ottanta e i 40.000 lavoratori agli inizi del XX secolo.
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Dalla lavorazione interamente manuale, l'estrazione dello zolfo fu una pratica dura e difficile.
Il sapere di questa lavorazione si divideva tra diverse figure che trovavano sistemazione sia all'interno sia all'esterno della pirrera (miniera). All'interno della cava si collocava la manodopera qualificata dei surfatari, i minatori, mentre all'esterno quella stagionale e meno specializzata.
Si procederà in ordine descrivendo uno per uno i lavoratori delle miniere, detentori di una pratica lavorativa ormai scomparsa.
 
Lu carusu: giovinetto che già in tenera età, per contribuire alla sussistenza della famiglia, inizia a lavorare in miniera in condizioni igieniche disumane. Addetto al trasporto a spalla, ogni carusu poteva trasportare pesi enormi: dai 25 ai 30 kg per i piccoli, e per i più grandi dai 30 agli 80 kg di minerale. Sistemato lo zolfo in ceste di vimini, dette stiratura, protette da una imbottitura denominata chiumazzata, iniziavano i loro viaggi dall'interno all'esterno della miniera. Percorrevano gallerie tortuose, strette, ripide e soffocanti, con scalini scivolosi alti da 20 a 40 cm. Usciti all'aria aperta continuavano il loro tragitto sotto il freddo, compiendo una media di 29 viaggi al giorno.
Il loro compenso, legato a un contratto orario a cottimo stipulato con il picconiere, era veramente misero: guadagnavano dalle 0.50 alle 150 lire per 8-10 ore di lavoro.
Parlando della situazione lavorativa del carusu non si può dimenticare il cosiddetto "soccorso morto", l'anticipo in denaro che la famiglia riceveva dal picconiere per assicurarsi l'esclusività del fanciullo. Una pratica che molti studiosi della cultura mineraria definiscono "affittanza della carne umana", sfociando in un autentico rapporto di schiavitù, poiché risultava quasi impossibile restituire l'anticipo ricevuto prolungando spesso, fino alla vecchiaia, tale dipendenza economica e morale del ragazzo nei confronti del picconiere. A causa delle condizioni di lavoro, i carusi erano spesso vittime di infortuni per l'enorme peso dello zolfo, per le ferite, i lividi o le contusioni procurate dagli stessi picconieri che volevano indurli a caricare pesi sproporzionati rispetto alle loro forze.
 
Lu pirriaturi: il picconiere era il vero protagonista del lavoro nel sottosuolo. Con i piedi dentro l'acqua, mezzo nudo o del tutto nudo, a lui spettava il compito principale di escavare il materiale roccioso. Il suo lavoro consisteva nella ricerca dello zolfo, attività difficile per le temperature elevatissime, fino ai 40 gradi, e per il sostare in ambienti angusti e soffocanti con poca luce e aria impregnata di gas e polvere. Per le condizioni estreme di lavoro il picconiere era soggetto a diverse malattie e alla repentina perdita di capelli e unghie. Questi poteva disporre dai 2 ai 4 carusi. La relazione tra questi restava un rapporto tra servo e padrone, basato non soltanto sul contratto, ma anche sul ricatto.
Vi erano anche picconieri detti "di caduta", abili nell'aprire varchi quando avvenivano pericolose frane e smottamenti.
Anche le relazioni economiche del picconiere erano regolate da un contratto a cottimo con il gabello, in base al quale il gestore della miniera pagava in proporzione alla quantità di zolfo grezzo estratto e trasportato fino al piano della miniera. Il suo compenso oscilla tra le 3 e le 3,50 lire al giorno. La relativa altezza dei salari era però ridotta da ritenute e frodi messe a punto dai gabelloti.
 
Lu spisalora: picconieri falliti o rimasti senza carusi, erano addetti alla ricerca di nuovi strati di zolfo, alla manutenzione delle gallerie, puntellandole con travi, e alla costruzione di ventilatori.
 
L'acqualora: il loro lavoro consisteva nel liberare, manualmente o meccanicamente, gli strati di zolfo con l'acqua. Nei casi in cui la miniera era sprovvista di acqua questa veniva trasportata in otri o recipienti in creta, quartara e lanceddi.
 
Lu carcarunara: utilizzati per i lavori a cielo aperto, riempivano i calcaroni di zolfo per la fusione del minerale. Terminata l'operazione li svuotavano per riempirli nuovamente. Lavoravano in squadre di 20-40 operai, in maggioranza minorenni, detti carusi esterni. La ciurma di calcaronai erano guidati da un capo che stabiliva il contratto a cottimo con il gabellota della miniera.
 
L'arditura: anch'essi usati per i lavori all'esterno, soprintendevano tutte le fasi della fusione e della colatura dell'ogliu, ossia dello zolfo fuso. Questo veniva raccolto in speciali contenitori di legno chiamati gaviti, all'interno dei quali si raffreddava e si rassodava lo zolfo. Conclusa questa fase si estraevano li balati o pani di zolfo solido. Gli arditura erano operai ben pagati perché detentori di esperienza e di importanti abilità: dalla qualità della combustione dipendevano infatti i risultati dell’intero ciclo di lavorazione.
 
U capumastru: figura importantissima nel lavoro in miniera, era colui che dava le disposizioni sul da farsi per via della sua comprovata esperienza maturata durante molti anni di lavoro sul campo.
 
Addamo, Sebastiano. 1989. Zolfare di Sicilia. Palermo: Sellerio editore.
 
Barone, Giuseppe. 2002. Le vie del Mezzogiorno. Storia e scenari. Roma: Donzelli Editore.
 
Mack Smith, Denis. 1976. Storia della Sicilia medievale e moderna.,Bari: Editori Laterza.
 
Squarzina, Federico. 1963. Produzione e commercio dello zolfo in Sicilia nel secolo XIX. Torino: ILTE.
Francesca Maria Riccobene
Dalla Sicilia visita alle miniere di zolfo del 2/1/1947. Video. Archivio Storico Istituto Luce. 

Zolfo per il mercato comune del 6/12/1963. Video. Archivio Storico Istituto Luce. 
 
Il campanile [ultima consultazione 26-04-2016]